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Il
Tribunale di Torino ha condannato la Syndial,
società del Gruppo ENI a pagare una
multa di ben 1,9 miliardi di Euro al Ministero dell’Ambiente.
La multa deriva dall’uso del Ddt nel vecchio stabilimento
di Pieve Vergonte, in Piemonte, negli anni che vanno dal 1990
al 1997.
Il Consiglio d’Amministrazione di ENI con una nota ha
informato che :”nella riunione odierna ha condiviso
la decisione della sua controllata Syndial di presentare ricorso
in appello contro la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale
di Torino".
Non è stato comunicato, però, l'importo che
verrà accantonato se pur in via prudenziale. In questo
caso, infatti, la somma costituirebbe un duro colpo per i
conti della Società presieduta da Scaroni,
ma, ancora di più, per la Syndial stessa, la cui situazione
economica è a dir poco disastrosa.
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Dal
bilancio ENI al 31/12/2007 si apprende, infatti, che la Società
ha chiuso il bilancio 2006 con una perdita di 786,9 milioni,
per cui sono state necessarie diverse operazioni sul capitale.
Maggiori informazioni non si possono ottenere, neanche, andando
direttamente sul sito della societa http://www.syndial.it/
che consiste semplicemente in una pagina nella quale vengono
riportati il nome, il codice fiscale, R.E.A. e che la Società
soggetta all'attività di direzione e coordinamento
dell'ENI S.p.A.
E', ovviamente, molto più completo, il sito dell’ENI
che prevede anche un numero verde per gli azionisti che desiderano
ricevere informazioni, peccato che dopo un messaggio nel quale
viene spiegato che il numero è riservato agli azionisti
mentre chi desidera informazioni su luce /o gas deve comporre
un altro numero, segue qualche squillo a vuoto e poi cade
la linea.
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Inutile sottolineare come sarebbe stato molto più apprezzabile
e anche trasparente se insieme al doveroso, ma quasi scontato
comunicato nel quale Eni confermava di condividere la decisone
di presentare appello presa dal Cda di Syndial, anche, illustrare
gli effetti economici che la multa, qualora confermata, potrebbe
avere sulla Società, soprattutto se non dovesse ottenere
la sospensione dell’esecuzione.
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Sotto
un altro aspetto la vicenda, invece, costituisce un dilemma
quasi paradossale. Da un lato infatti Tremonti, (essendo il
Ministero dell’economia e delle finanze, e cioè,
il maggiore azionista di Eni) deve sperare che l’appello
venga accolto; essendo la quota detenuta dl Ministero “solo”
del 20,3%. L’eventuale condanna ricadrebbe in parte
solo in parte sui conti del Ministero, mentre, qualora l’appello
venisse respinto, l’intero importo entrerebbe nelle
casse del Ministero dell’ambiente e, quindi, dello Stato,
rappresentando un bel tesoretto; ciò costituisce un
dilemma.
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